Diffamazioni a Mezzo Stampa

Diffamazioni a Mezzo Stampa

Il reato di diffamazione a mezzo stampa è previsto dal codice penale all’art. 495 c.p. (fattispecie aggravata della diffamazione semplice) ed è una norma da sempre controversa a causa della necessità che la tutela dell’onore e del decoro delle persone oggetto dell’informazione giornalistica siano contemperate con il diritto di cronaca.

In materia la Corte di Cassazione ha stabilito che “in ordine alla configurabilità dell’esercizio del diritto di cronaca e del diritto di critica, che rispetto al primo consente l’uso di un linguaggio più pungente ed incisivo, presupposti per il legittimo esercizio di entrambi sono: a) l’interesse al racconto, ravvisabile quando non si tratti di interesse della generalità dei cittadini, ma di quello generale della categoria dei soggetti ai quali, in particolare, si indirizza la pubblicazione di stampa; b) la correttezza formale e sostanziale dell’esposizione dei fatti, nel che propriamente si sostanzia la c.d. continenza, nel senso che l’informazione di stampa non deve trasmodare in argumenta ad nomine, né assumere contenuto lesivo dell’immagine e del decoro; c) la corrispondenza tra la narrazione dei fatti realmente accaduti, nel senso che deve essere assicurata l’oggettiva verità del racconto, la quale tollera, perciò, le inesattezze considerate irrilevanti se riferite a particolari di scarso rilievo e privi di valore informativo” (Cass. Penale n. 22600/13).

In altre parole, non solo il racconto giornalistico deve essere di interesse pubblico e reale, ma anche continente, ossia formalmente corretto nella propria esposizione avuto riguardo non solo al contenuto dell’articolo, ma all’intero contesto espressivo in cui l’articolo è inserito (Cass. Pen. n.2661/13)

 

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