Caduta accidentale dell’ospite della RSA. La responsabilità penale degli operatori.

Caduta accidentale dell’ospite della RSA. La responsabilità penale degli operatori.

27 Mag 2024

IL CASO: la sentenza 820/2021 resa dal Tribunale di Busto Arsizio in tema di caduta accidentale dell’ospite dalle scale di una RSA. La responsabilità penale degli operatori sociosanitari e del coordinatore della struttura.

Nel contributo a seguire si analizzerà il caso affrontato dalla sentenza 820/2021 resa dal Tribunale penale di Busto Arsizio, a seguito del decesso di un ospite di una RSA.

La sentenza affronta gli spinosi temi della responsabilità degli operatori sociosanitari e del coordinatore della struttura in caso di morte accidentale di un ospite, rispettivamente per omessa vigilanza e per aver omesso di adottare adeguate misure di sicurezza che potessero prevenire il verificarsi dell’incidente.

 

IL FATTO: il decesso dell’ospite

L’ospite di una RSA con gravi problemi di deambulazione e quasi completamente ipovedente, sfuggiva al controllo degli operatori intenti ad occuparsi di altri ospiti e ed apriva una porta tagliafuoco che dava su tre consecutive rampe di scale che portavano ad i locali sottostanti.

Acceduto alle scale dalla porta di emergenza, l’ospite cadeva sui primi gradini delle scale.

Tentando di alzarsi, probabilmente non comprendendo la situazione e non avvedendosi della presenza di ulteriori gradini, l’ospite ruzzolava giù per due intere rampe ferendosi gravemente e battendo la testa.

Ritrovato dopo diversi minuti da due OSS e dall’infermiera presente era trasportato in pronto soccorso. Nonostante l’intervento dei medici dell’ospedale, poco dopo moriva a causa dei numerosi traumi, ed in particolare quello cranico.

 

Il processo penale e l’imputazione

La Procura della Repubblica iscriveva nel registro delle notizie di reato (il c.d. “registro degli indagati”) la coordinatrice della struttura che – intervenuta sul posto in un secondo momento – si prestava ad agevolare i rilievi delle Forze dell’Ordine e a tenere i contatti con la famiglia dell’ospite. E l’infermiera e le OSS in turno al momento dell’incidente.

L’ipotesi accusatoria era la seguente:

– per la coordinatrice, quella di omicidio colposo per non aver adottato idonee prescrizioni affinché la porta di accesso al seminterrato rimanesse chiusa e comunque inaccessibile agli ospiti;

– per le operatrici sociosanitarie e l’infermiera quella di omicidio colposo per non aver vigilato sull’ospite adeguatamente e secondo le istruzioni impartite.

 

LE PROVE RACCOLTE DURANTE IL PROCESSO

Rinviate a giudizio tutte le imputate, il processo si concentrava sui seguenti aspetti.

La situazione del paziente

In primis era chiarita la portata dell’invalidità dell’ospite, il contenuto del PAI e le istruzioni impartite agli operatori dalla coordinatrice per la sua cura.

Questi, infatti, come noto a tutti gli operatori doveva essere controllato a vista e mai lasciato da solo, in quanto ad alto rischio di wandering. Eventuali allontanamenti dell’operatore preposto al controllo, dovevano essere esplicitati verbalmente ad un altro operatore, al fine di compiere correttamente il passaggio di consegne.

La chiusura della porta di emergenza

Secondariamente erano chiarite le prescrizioni impartite per l’utilizzo alla porta di tagliafuoco che dava sul seminterrato, dalla quale era caduto l’ospite poi deceduto.

Emergeva dal dibattimento che la Casa di Riposo, e molte volte la coordinatrice stessa, avessero dato disposizioni affinché la porta (che poteva essere utilizzata solo dagli operatori al cambio turno per l’accesso agli spogliatoi) rimanesse sempre chiusa a chiave e non fosse accessibile agli ospiti, proprio per evitare incidenti.

 

Gli esiti dell’istruttoria

Quanto emergeva a seguito della complessa attività istruttoria era che la caduta dell’ospite dalle scale era stata sicuramente una conseguenza diretta della mancata chiusura a chiave della porta d’emergenza, tuttavia nessuna prova era acquisita in ordine alla persona che effettivamente aveva lasciato aperta la porta, senza chiuderla a chiave (nonostante tale obbligo fosse noto agli operatori).

Sul ruolo della coordinatrice si apprendeva che la stessa non aveva alcun potere di spesa, alcuna delega, né ruoli decisionali. Il suo compito era di coordinare il personale, gli strumenti fornitile dalla Casa di Riposo e tenere i rapporti con le famiglie ed i servizi sul territorio. Quante alle due OSS e l’infermiera presenti al momento dell’incidente, queste dovevano occuparsi della distribuzione ed assunzione delle terapie, della somministrazione dei pasti, del lavaggio degli ospiti dopo la cena, oltre che controllare a vista l’ospite poi deceduto. Non emergeva chi al momento del suo allontanamento, avesse in consegna l’ospite.

 

La sentenza

Il giudice valutava, nella decisione, due aspetti che riteneva preminenti per l’accertamento della responsabilità.

Il primo inerente la chiusura della porta tagliafuoco “a chiave”, ritenendo che non fosse una modalità sufficientemente adeguata per impedire l’accesso degli ospiti alle scale del seminterrato. Ad avviso del Giudice, infatti, il sistema della chiusura a chiave si prestava troppo facilmente ad errori umani e avrebbe dovuto essere previsto un sistema differente e maggiormente efficace, quale per esempio la chiusura automatica con tastierino alfanumerico.

Il Giudice, quindi, riteneva che fosse mancata l’adozione di un sistema di sicurezza idoneo ad impedire l’accesso al seminterrato agli ospiti; tuttavia, mandava assolta la coordinatrice non ritenendo esistesse alcuna posizione di garanzia in capo alla stessa nell’adozione di queste misure. La coordinatrice non aveva alcun potere di adottare eventuali provvedimenti in materia di sicurezza, di apportare modifiche strutturali ai luoghi della RSA, né alcun potere di spesa che potesse permettere l’implementazione di sistemi di sicurezza meno labili.

Quanto alle altre imputate, il Giudice egualmente riteneva di mandarle assolte, considerato che a fronte della disposizione esistente relativa alla necessità di mantenere la porta in questione chiusa a chiave, le stesse non potevano ragionevolmente attendersi che qualcun altro l’avesse, invece, lasciata aperta. In altre parole, ad avviso del Tribunale non incombeva su di loro alcun onere di verifica circa la chiusura della porta, che potevano aspettarsi fosse chiusa in conformità con le disposizioni impartite.

Riteneva inoltre il Giudice che il numero delle operatrici fosse al momento dei fatti sottodimensionato rispetto alle attività da eseguire (la fuga dell’ospite aveva infatti coinciso con l’orario della cena durante il quale le operatrici dovevano aiutare gli ospiti ad alimentarsi, scaldare i pasti, somministrare le terapie), nonostante il formale rispetto degli standard regionali. Ciò avrebbe dunque impedito alle operatrici di poter assolvere il proprio compito di controllare a vista l’ospite.

Il Giudice concludeva ritenendo che la inadeguata modalità di chiusura della porta fosse stata la causa determinante dell’evento (non la mancata adozione da parte della coordinatrice di misure ulteriori, non avendone potere; né la scarsa attenzione delle operatrici in turno, in sotto numero per poter gestire tutti gli ospiti), ed assolveva tutte le imputate.

Sentenza del Tribunale di Busto Arsizio e giurisprudenza di legittimità a confronto: cosa dice la Corte di Cassazione?

A completezza della disamina del presente arresto giurisprudenziale, è opportuno ripercorrere i principi espressi dalla giurisprudenza di legittimità in relazione alla responsabilità degli operatori, che parzialmente si discostano dalla sentenza fornita.

In particolare, secondo la Corte di Cassazione tutti gli operatori di una struttura sanitaria, quale è una R.S.A., sono ex lege portatori di una posizione di garanzia, espressione dell’obbligo di solidarietà, costituzionalmente imposto dagli artt. 2 e 32 Cost., nei confronti dei pazienti/degenti, la cui salute egli deve tutelare contro qualsivoglia pericolo che ne minacci l’integrità; l’obbligo di protezione perdura per l’intero tempo del turno di lavoro (Sez. 4, n. 39256 del 29/03/2019, Parkhomenko Inna, Rv. 277192; Sez. 4, n. 2192 del 10/12/2014, dep. 2015, Leonardi, Rv. 261776; Sez. 4, n. 9638 del 02/03/2000, Troiano e altri, Rv. 217477).

Pertanto, l’aver perso di vista un ospite, finanche a fronte di gravi carenze organizzative della struttura, avrebbe dovuto rappresentare secondo i principi espressi dalla Suprema Corte una certa violazione dei doveri dell’operatore che lo aveva in carico – chiaramente esplicitati nel PAI dell’ospite.

Peraltro, secondo la giurisprudenza di legittimità, una volta acclarata la posizione di garanzia ricoperta dall’autore del fatto (come è indubbio ricoprissero le operatrici presenti al momento dell’incidente), eventuali ulteriori condotte o fattori che si innestino nel meccanismo causale fra l’omissione dell’operatore (nel caso di specie, mancata vigilanza) e l’evento (in questo caso, la morte del paziente) sono di regola irrilevanti.

Al riguardo, infatti, occorre richiamare il consolidato principio della Corte di Cassazione secondo cui, in caso di condotte colpose indipendenti, non può invocare il principio di affidamento l’agente che non abbia osservato una regola precauzionale (aver perso di vista il paziente) su cui si innesti l’altrui condotta colposa (l’aver lasciato aperta la porta), poiché la sua responsabilità persiste in base al principio di equivalenza delle cause, salva l’affermazione dell’efficacia esclusiva della causa sopravvenuta, che presenti il carattere di eccezionalità e imprevedibilità (Sez. 4, n. 50038 del 10/10/2017, De Fina, Rv. 271521)